CXIV. Prima di cena

Sono un contenitore. Di vita. Anzi di vite.
Ovvietà. Lo siamo tutti: ci riempiamo e ci svuotiamo quotidianamente. Chi più chi meno regolarmente.
Anni fa assistevo a una lezione in Croce Rossa e la monitrice disse una cosa che mi colpì pesante e che da allora è un meme tormentoso e tormentato.
‘Ci sono persone che vivono riempiendo gabinetti e, quando muoiono, di loro non resta che il gabinetto che hanno riempito’.
Credo che lei usasse il termine più spiccio, ma tant’è.
Oggi aiuto il figlio a prepararsi per il compito in classe di scienze: l’apparato digerente e tutti i suoi accessori, scopo, funzionamento, risultati.
La vita si mastica, si ingurgita, si digerisce.
Il resto è scoria.
E ce ne sono tante dentro. Di vite. Si sovrappongono, si soffocano, si spintonano per riemergere e si mettono da parte. A turno. Per far posto a quella più importante del momento, a quella più urgente.
Alla vita di servizio. 
Al servizio di quella parte di me che sta nell’oggi. Sbagliato sarebbe insistere su una vita di ieri, passata, fuori moda. Smodata.
Sono mamma ora. E scrivo. E racconto storie. Con quello che mi capita.
Oggi ho quasi finito il nuovo oggetto di racconto. È per un progetto bello che mi hanno proposto. Difficile perché devo copiare un modello, un personaggio che esiste da anni, trasformarlo in parlante e dargli voce.
Sono una pentola a pressione.
Chiamo la musica a sostegno. Non la vedo, ma dall’altra parte del contatto telefonico sento i suoi occhiali biondi sorridere. Lei è sveglia, ti fa il solletico al cuore, come le bollicine di champagne quando lo annusi. 
Accetta. Collaboreremo. Lo sapevo già, ma sono felice del suo sì. È quello che fanno gli amici amici. Quelli che ti prendono per mano ancor prima di sapere dove si va. Che a loro basta andarci insieme a te.
Sono partita da un coniglio di pezza trovato su uno scaffale. Ho capito dalla sua espressione rassegnata che mi aspettava. Sapeva che l’avrei comperato e ucciso di lì a poco. Ho un’anima killer, ma solo per riciclo. Dal niente funziono male. Devo partire dal reale.
Le zampe sono diventate gambe e braccia, in un calzino nero spaiato ho trovato le scarpe. Le orecchie si sono ridotte, il naso è nato dalla coda. Fuori contesto potrebbe essere un racconto macabro e raccapricciante, ma qui la vittima perde solo bambagia.
Ne tolgo parecchia, metto inserti di gommapiuma e ne taglio un po’ per fare il cappello di carta. La figlia mi aiuta, siamo sedute al tavolo in cucina ognuna con il suo paio di forbici in mano. Scolpiamo il nostro blocco di poliuretano espanso a colpi di zic e di zac.
Poi passo l’aspirapolvere e preparo la cena.

griglia celeste

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