CXVII. Cabinet

La figlia si è messa in pausa anche dalla scuola.
Prevedibile.
Una piccola vacanza personale prima di quelle ufficiali d’inverno.
E anche qui casca il francese. Nel senso che è evidente la superiorità linguistica dei figli di Asterix. Loro non stanno a casa da scuola con una giustificazione tipo ‘guardi, maestra, non sta bene sa com’è’. No, loro non lo sanno com’è. Loro dichiarano l’arrêt scolaire. Che già così sembra che ti mettano agli arresti domiciliari. Ma. C’è bisogno del certificato medico attestante.
D’accordo. Andiamo.
Il dottore conosce bene la nostra fedina penale. È lui il paziente. Ascolta, mette lì due parole e un consiglio pratico e scrive il necessario. Se fosse anziano con un accenno di pancetta e panciotto, sarebbe il prototipo del medico di campagna, di quelli che si pagavano con un pollo o una bottiglia di vino. E che si spartivano con il parroco anche il ruolo di psicologo ante litteram.
Ora ognuno riceve per i casi suoi e l’elenco dei professionisti dell’umore è vasto come questa pandemia.
Ne abbiamo collezionati diversi nella nostra carriera familiare. Più per scrupolo e prassi di protocollo che per reale convinzione. Alcuni perfetti, altri meno.
Imbattuto resta ancora il Freud greco che doveva attestare la nostra sanità mentale per adozione. L’ospedale in centro Atene ha gli studi medici all’ultimo piano, quasi in soffitta lungo un corridoio alla Shining. Io e il marito bussiamo, entriamo. Lui è girato di spalle, guarda il cielo alla finestra. Ha capelli ben pettinati, la camicia bianca, i pantaloni di velluto a coste marroni con un buco evidente sull’alto coscia destro. Si volta, ci saluta cordiale e ci fa accomodare. Il colloquio dura mezz’ora e ruota intorno al motivo della nostra visita, ma soprattutto alle nostre origini italiane.
‘Apò pu iste acrivòs?’
No, Como non l’ha mai vista, ma rispolvera ricordi di vacanze romane e intanto compila il certificato. Abili e arruolati. Idonei a diventare genitori. Sto kalò.
Oggi tocca anche qui passare da una psy. Io e Frozen arriviamo puntuali. Diluvia, tanto per cambiare. Suoniamo, aspettiamo una risposta che non arriva. Abbasso la maniglia per evitare di metterci a nuotare sul marciapiede e varchiamo la soglia. Di un acquario.
Le pareti blu notte del cubicolo ospitano una sedia, una bacheca spoglia, un calorifero spento e un tavolino con gel e mascherine. Due piccole farfalle di carta tentano di rianimare la pièce, ma è un gesto disperato. Capisco il trovare soluzioni alternative per gestire spazi esigui, ma qui si esagera. Sembra di essere in un ascensore allungato. Solo che è una sala d’attesa, di uno studio medico.
Forse è per questo che in francese si chiama cabinet.

nomen omen







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2 Comments Lascia un commento

    • Fa parte del protocollo da assenza prolungata per motivi non virali. Ed è meglio prevenire con una visita volontaria che beccarsi la segnalazione. Ma tanto credo che l’esperienza sia già basata ad entrambe 😉 et ton français n’est pas mal du tout. In fondo sembra chissà che, ma non è poi tanto diverso da un dialetto dei nostri ;-*

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