CXXX. Sabato mattina

Secondo sabato del terzo confinement. Ormai sembra una condizione cronica e circolare. Come una stagione trasversale che si stiracchia molesta e sgradita. E non se ne va. Anche se nessuno di noi ha voglia di imparare a conviverci. Quando parliamo rilanciamo ad un futuro prossimo, che però è sempre più arruffato.
Mi sveglio con la bocca impastata. Ieri sera ho saccheggiato la riserva di biscotti. La testa borbotta un ‘te l’avevo detto’, lo stomaco invece è pronto per un altro round. Tra poco.
Il sole filtra dalle tapparelle. Finché dura bisognerà approfittarne in giardino.
Il marito mi guarda scrivere. Voglia di alzarsi zero.
Il minicane si stiracchia, si scrolla la notte di dosso e si riaccoccola in attesa del primo avventuriero in piedi.
In cucina sento i figli che fanno colazione. L’odore del caffè preparato da Olivia Oil sale e d’accordo, ora veniamo. Penso.
Ascolto.
Il tredicenne discute di calabroni con Bracciodiferro. Non capisco tutto, mi godo il loro tono rilassato.
La figlia interviene a bocca piena. Chiede di ‘quando eri piccolo tu, nonno, c’era…?’ e parte il racconto, le voci si sovrappongono, le fotografie conservate in memoria si sviluppano nell’aria mattutina e si imprimono nell’infanzia dei fortunati nipoti.
Non so quando potremo riportarli a Casa. È tutto bloccato e il viaggio è complicato.
Ma la vita nostra insieme è quando di più bello ci sia.
In questo sabato di fine marzo.

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