CXXXVIII. Vélo racconto

Il progetto bici è partito male.
Primo giro rimandato causa ritardo. E pensare che il marito aveva già lustrato e messo fuori i mezzi. Invece siamo andate a scuola con il motore a scoppio. Di urla mie. Perché non si può. Spezzettare il tempo a tal punto che diventa fermo e poi ‘mamma, ma è tardi?’
La figlia è un’esperta di mi metto comoda e faccio colazione. Tanta invidia. Ha il potere di arrestare l’istante. Solo che poi rischio io di farmi arrestare. Per disturbo alla quiete pubblica. Lo so lo so, dovrei imparare lo zen della nonna, solo che il primo giorno di ripresa, con il sole già alto e le vie del centro a senso unico per lavori, la bici è davvero la soluzione perfetta.
Tanto più che la città partecipa al challenge métropolitain ‘ensemble en selle’, tutti à vélo per tutto il mese. Di maggio.
E noi, guarda, partiamo pure in aprile. Vedessi mai che per una volta si anticipa. Ma infatti.
Lunedì. Otto e un quarto. Tempo scaduto. Mica possiamo volare.
Con la Quboblu quasi ci riesco, per arrivare in orario devo imbrogliare i divieti in un percorso alternativo al limite del ritiro patente. Mollo la tartaruga ninja davanti al cancello e vado a fare la spesa. Per dare almeno un senso alle quattroruote.
In pausa pranzo ci riproviamo.
Hai un’ora e un quarto per mangiare, figlia, ci sono gli gnocchi, come piacciono a te. Ce la possiamo fare?
Una e dieci. Ce la facciamo.
Anche il figlio partecipa alla spedizione. Ha una lezione alle due, ma c’è chi gli organizza la visio e lui così si fa un giro d’aria prima di matematica.
Casco giallo fosforescente, occhiali da sole, lei è già sfrecciata via, che quando ci si mette è capace di correre. Altro che carapace.
Prendiamo la via della strada, meno poetica ma più veloce.
‘A dopo’ saluto la centaura che si mette la mascherina ed entra con la bici a mano.
Recupero il pronipote di Bartali zigzagante per il parchetto e rientriamo.
‘Mamma, vai piano, però. Ho la coccinella sulla felpa’
Rallento. Freno. Mi fermo.
‘E dove vuoi lasciarla?’
Se la porta fino a casa, ovviamente. Che domande.
Pedala lento lento e la controlla. Credo che le stia dicendo di aggrapparsi bene.
Passiamo dal canale, ci superano due signore anziane a piedi.
Lui non molla, lei neppure.
Arrivati al ponte, scendo, mi carico la bici in spalla per passare di là e mentre mi riorganizzo per l’ultimo tratto lui mette il turbo.
‘Ci vediamo a casaaa’
‘E la coccinellaaa?’
È volata via, ovviamente. Che domande.
E così è partito il progetto vélo.
La figlia è contenta, orgogliosa, direi. L’ho vista uscire per prima e attraversare il cortile della scuola di corsa per recuperare la bici. Sta in sella tutta fiera e baratta consigli tecnici con caramelle.
Il figlio si prende spazi di autonomia e, quando non carica insetti, gira in giro in solitarie esplorazioni.
Io approfitto di questa calma piatta, ma spingo sui pedali alzandomi appena c’è un accenno di pendenza, perché è potenza ed è una sensazione bella che provo di rado.
Sono otto viaggi al giorno fra andate e ritorni.
Se continuo così in un mese rischio pure di vedere qualche risultato.
Poi magari piove e ciao. Ci vediamo a casaaa.

hike bike


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