Cl. Il rifugio e la strada

Asfaltano la via di casa.
Dal mattino c’è una fila di camion carichi di asfalto che sembra una processione.
Il rumore raggiunge livelli da concerto rock. Ufficiale e Gentiluomo se ne sta a guardare gli operai. Sono bravi, puliti. Anch’io mi affaccio per qualche minuto alla finestra del piano di sopra con il minicane in braccio: sa di normalità questo spiare il lavoro degli altri.
Per il resto è un continuo giocare d’anticipo per prevedere le mosse del tarlo che rode. Se ne sta tranquillo per ore, magari, senza segnali di risveglio, poi a un tratto morde e si impenna come un serpente incantato dal flauto magico. E noi qui a trovar strategie per deviare la crisi, forzare il positivo, imbrigliare la bestia.
Se non ci riusciamo, se siamo troppo stanchi o troppo nervosi, noi si sale di sopra. Che al secondo piano c’è una specie di immunità di livello. Riusciamo a trovare uno spazio non invaso, puro, nostro.
Oggi ci vado, dopo pranzo.
Ho bisogno di chiamare il guru. Di sentire la sua voce e la sua risata scricchiolante in fondo al telefono.
È mediamente felice mi dice. Lo invidio. Lo adoro.
Mi si rompe la voce, gli racconto del bivio in cui sono. Sotto sopravvivono, ma so che il mio tempo è fragile. Pazienza. Mi butto in questa mezz’ora di parole. E rischio di annegare, perché so dove voglio andare. Ma.
È una questione di scelte. Già. Ma poi?
Non sono convinta, ho paura, non so dov’è il giusto. O forse sì. Ed è per questo che parlo con te, guru. Perché mi conosci da metà della vita e sai.
Accidenti se sai. E mi parli oggi come mai finora. Sarà la distanza, sarà l’urgenza, sarà l’età. Sarà che ormai sai che mi sei indispensabile e mi disegni un ritratto di me che mi lusinga e mi calma.
Gli alieni attaccano, devo attaccare.
Grazie, guru, ci sentiamo. Letterale.
Per resistere si esce a passeggiare. Per sedare e sviare. Serve poco. Spesso ogni sforzo è vano. Come buttare fiori in un buco nero. Ma pazienza.
È la demenza. E i suoi confratelli. Maledetti pure quelli.
La strada è liscia, nuova, a livello.
C’è voluto tanto. Hanno dovuto togliere un sacco di strati, pulire, bonificare. C’è voluta una processione di camion e parecchie badilate di catrame.
Chissà se è così che si fa. Se basta pulire e coprire. Per ricominciare.
Io non lo so. Forse sono troppo complicata, forse non sono convinta che basti una colata di bitume per fare tutto nuovo.
Io in questo momento sarei più per i sampietrini che – in caso – si possono anche tirare.

due di noi

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