Mn. Ogni due ore

Passo il tempo a cercare, leggere, scegliere, scrivere per domandare. Telefono, stampo, compilo, fotografo, rinvio. Le carte sono tante, per fortuna l’aiuto è di più ed arrivo a sera con parvenze ancora umane. Il marito in rientro mi riconosce. Rimando tutto ciò che mi riguarda, non ho tempo per una tinta, neanche fai da te. Tant pis, che il nature ormai è alla moda. Anche il mio spin-off è solidale. Le scuole sono iniziate, grazie al calendario, e almeno i figli possono scandire le ore a ritmi di zaini e mascherine abbassate all’uscita. Si allontanano per un po’ dalla Smemo che tra quattro pareti e un giardino ha mille pagine bianche che tenta di riempire a scarabocchi. Peccato non possano diventare schizzi d’artista. Peccato. La Fata è solo irrimediabilmente schizzata: via da lei, via da noi, via da qui. Tra poco sarà così. Ma intanto si fa sentire, accudire, inseguire, blandire. E sedare. Perché altrimenti non si riesce neanche a dormire. Perché qualche ora di sonno necessario guarisce anche le peggio giornate. Come questa, appesa storta come un adesivo incollato male che ormai non puoi più staccare. Al risveglio lo sento che dovrei starmene buona aspettando che passi, ma come si fa? Paziente forse, ma passiva non sto, non sono capace. E le reazioni sono bombe d’acqua lanciate per raffreddare, che spesso hanno effetto contrario. Esplodono e lo splash inonda, travolge e finisce in accumulo. Di guai. E guaiti, sommessi, discreti, ma impossibili da ignorare. Il minicane ha il pelo brutto di quando sta male. Non dorme, non riesce a saltare in poltrona, ha la febbre, chissà stavolta che caspita ha mangiato. Magari glielo hanno passato sotto banco, qui è talmente tutto fuori controllo. La borsa della Fata ha cominciato a inghiottire cellulari e bistecche, è un ufficio portatile di oggetti smarriti e commestibili. Impazziti pure loro. E se li trova un quadrupede curioso e goloso poi lo devi portare dal veterinario. Oggi no, non ha neanche un buco. E come si fa? Un’altra notte così no, tre chili in affanno non posso reggerli fino a domani. ‘Peut-être nos associés…’ e proviamo. Risponde una gentilissima umana omonima della paziente (il minicane per convenzione letteraria) Nella succursale clinica veterinaria possono riceverci alle sei. Stasera. Andata. La giornata lenta di pioggia a scrosci e viaggi di recupero studenti affamati arriva all’appuntamento. Mi accompagna la figlia che si siede impavida abbracciando notre dame du vomit.
Parcheggio dopo venti minuti di strade lucide d’acqua. L’umana ci accoglie e ci registra. Ci sediamo in una breve attesa di sala, arriva un medico bello. Visita, massaggio al collo – al cane, peccato – sospetta pancreatite, esami del sangue, nuova attesa in sala noi due sole. Con il figlio in collegamento telefonico perché vuole sapere in diretta. Aspetta. Aspetta. Aspetta. Intanto si avvicendano cani e accompagnatori di tutte le razze. I sorrisi dietro il plexiglass della cassa sono due, ma c’è dell’altro. Come un pigolio, ma più acuto e felino: un gattino talmente ino che il minicane al confronto passa in categoria gigante. Sta aggrappato al taschino del camice bordeaux e l’umana lo coccola mentre stampa ricette e risponde alle chiamate. La figlia non resiste e si dirige verso la tenerezza. La prende tra le dita e le dà un biberon di bambola riempito di latte. L’hanno trovato ieri nel cortile dietro la clinica, minuscolo guerriero di appena un mese abbandonato per essere trovato. Per essere adottato. Ça vous dit? Eh no, non vale. Che io con il cuore mica riesco a pensare. Quando uno ha una storia così poi per me è già affine. Di famiglia. Sto già immaginando come dirlo al marito. Intanto le notizie sono buone: la nostra mini non ha niente di grave. Patch Adams ci congeda con uno sciroppo e pastigliette per qualche giorno. Ho di nuovo i tre chili in braccio e soppeso i cento grammi con gli occhi già innamorati facendo progetti di famiglia allargata. Ancora. Poi ritorno per terra. L’umana spiega i tempi d’allattamento: ogni due ore per almeno due settimane, giorno e notte. Minou adoré, je suis désolée. Se nei prossimi quindici giorni, tra Fata e Ufficiale, scartoffie e valigie, ogni due ore do pure il latte a te…

tornerò!

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