Novantotto. International work

Sono tornati.
Puntuali e in forma. Due pure in anticipo nella loro auto nera. Li saluto dalla finestra mentre il marito mette la felpa e scende ad aprire.
La squadra è al completo, giocheranno tutti da titolari oggi. C’era qualche riserva a causa del tempo, ma le secchiate d’acqua di stanotte hanno svuotato le nuvole. Il campo è libero e terso, il sole è un ottimo fischio d’inizio.
Dopo mesi di inerzia forzata hanno urgenza di riprendere l’attività agonistica, poiché il loro contratto è a prestazione e il riposo non ha entrate, la malattia fuori discussione.
Non sono i tipici francesi da aperitivo, hanno un accento che tradisce. Soprattutto lo smilzo con le sue erre rotanti e il viso colorato da geni portoghesi. Il collega è più massiccio, ha avuto un aumento di pancia il Babbo Natale in maglietta che fa il suo ingresso con la betoniera in braccio. È un effetto speciale vederli arrivare in cantiere, lui e la bambina paffuta messa subito sul giro di giostra. Educata e ubbidente, mangia la polvere grigia, mastica lenta, poi sputa l’impasto adesivo che serve a salire.
La sabbia e i mattoni sono arrivati ieri sulla piccola rampa che porta al garage. Il tizio che li ha consegnati sotto al diluvio era infastidito dai cavi troppo bassi sul passaggio, poi il suo joystick ha fatto il miracolo ed è finita in caffè e sorrisi.
Entrano in campo anche i due fratelli del cartongesso. Sono i maghi del liscio, potremmo anche non dipingere tanto hanno cura dei dettagli. Il maggiore ha moglie e figli al confine con la Siria, spera di poter tornare in agosto a finire la fattoria del padre. Mostra fotografie che sembrano gli scatti di un documentario: c’è un bambino con la schiena appoggiata a un muretto, i piedi nudi sull’erba e le montagne in fondo. In un’altra le pecore sono sparse tra il verde e il giallo dei campi, l’azzurro a perdita d’occhio.
Il minore ascolta, annuisce, parla solo curdo. Con un cenno ringrazia per il succo e si cambia prima di cominciare.
L’amico di origine algerina che dirige i lavori è un direttore sportivo d’eccezione. Si preoccupa che tutto proceda, che le distanze vengano rispettate, al bisogno diventa anche arbitro e si coccola il pubblico dei vicini spiegando tempi e disturbi sonori.
C’è un telefono che squilla una canzone in inglese, gli idiomi di scambio sono almeno tre. Noi italiani restiamo un momento a guardare la squadra che ci gioca in casa, poi li lasciamo tranquilli.
La nostra Babele funziona.

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