III. Il nonno

Nei giorni italiani passo spesso a salutare i miei. Nella casa dove sono cresciuta. È cambiata un po’, si è adattata al numero dei suoi abitanti. In sottrazione.
Quando sono nata ci abitavano tre famiglie e mezzo. Dodici persone. Poi i cugini del piano alto si sono trasferiti e la nonna bis pure, nel piano dell’Altissimo.
Siamo rimasti i nonni e noi quattro.
Il nonno mi porta a passeggio per mano, ha i baffi, è burbero, esce sempre con il cappello e il bastone, uno per vezzo, l’altro per mezzo. Ci si appoggia con la gamba malata. Quella che se lo porta via troppo presto perché possa ricordarmelo più del profumo dei fiori viola che mi raccoglie dalla rete della fattoria. Con me cammina, anche se a fatica, e non parla. Non gli piace parlare. Fuma il toscano.
Si è sposato a quarant’anni con la nonna, durante la guerra. Hanno avuto un figlio solo nato nei primi mesi della pace. Ma per lui la pace non è arrivata mai.
Quando c’è un temporale sussulta a ogni tuono. Ricorda quando era in Germania con suo fratello a lavorare e dovevano correre se sentivano sirene.
Un giorno si accorge troppo tardi che non vanno dalla stessa parte. Per lui è quella senza bombe. Di chi ha scelto la direzione sbagliata restano un orologio, un paio di guanti e il nome del figlio. Chissà se quando lo chiama il nonno ci pensa sempre. O se l’abitudine ha attenuato il dolore.
Arriva un tempo in cui non riesce più a fare le scale, neanche con il bastone e per andare a dormire lo portano su una sedia, mio papà e suo cugino.
Una sera sente che è ora e si fa coricare in fretta. Si tiene il figlio con sé così lo può salutare.
Si prende un piccolo risarcimento alla fine per non aver potuto salutare il fratello.
Per anni i suoi attrezzi da muratore rimangono stipati in casetta, il locale sopra la caldaia. Ci hanno costruito tutto l’edificio con questi martelli.
1901 e uno stemma araldico sul portone. Si è trasformata la via, di quei tempi non resta più niente, non ci sono i cortili intorno, l’osteria di fronte, le cascine e i giardini.
La casa dei miei con la sua corte è l’unica superstite, la testimone di quando non si chiudevano le porte a chiave e se avevi bisogno di parlare con qualcuno andavi a trovarlo.
L’hanno fatta robusta, resiste negli anni.
Come una quercia secolare ha dato radici alla mia famiglia, ora ridotta e un po’ troppo dispersa in giro.
Il nonno per primo era partito in Francia e Germania per lavorare.
Il ritorno credo sia stato obbligato, dalla scheggia nella gamba e dal lutto.
Carico l’orologio con la rotella che porto al polso e mi chiedo che sarebbe stato di noi se fossero corsi entrambi nella stessa direzione.

in memoria


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