XXI. Quanta scena

Esco dall’autostrada dopo un quarto d’ora e il verde arriva tutto insieme. Senza preavviso.
Una rotonda, un quartiere residenziale e poi l’asfalto si libera in mezzo ai campi.
Dossi sparsi rallentano pure le bici. A destinazione si deve arrivare lenti, con i cavalli che sorvegliano il passo del motore.
Non si può sbagliare direzione. Basta seguire il silenzio. O qualche runner sudato.
Ci sono un lago, un ristorante e un teatro.
Tre motivi per essere felice.
Il quarto è che oggi sono qui per una riunione di lavoro. Non so fare immersioni e la nouvelle cuisine la so solo mangiare, perciò apro la porta, scosto il sipario ed entro in scena.
Tre persone mi aspettano. Due non le conosco. Mi sorridono dietro la maschera. Il direttore artistico invece l’ho visto quattro volte, ma è come se fossimo cresciuti nello stesso cortile a giocare a palla avvelenata. Nella stessa squadra.
Settimana scorsa mi manda un messaggio.
Dis, tu sais conter des histoires auprès d’enfants?
Affermativo. Arrivo.
La psicologa del centro illustra il progetto. L’educatrice parla dei bambini. Si decidono le date. Il giorno è il mercoledì.
Deve essere destino.
C’è un protocollo sanitario da seguire, ma se sto a distanza posso raccontare a viso scoperto. Speriamo. Perché Pico Pecora ha bisogno di tutte le mie smorfie per essere credibile.
E la bocca del lupo deve spalancarsi per divorare Cappuccetto. Mica può piluccarla come un pugno di arachidi d’aperitivo.
Non preoccuparti, strega cattiva, potrai dare il peggio di te, e tu orco di Jack non fare tanto il malmostoso. Ci sarà spazio per tutti. Perché sono ancora tutte qui le storie che amo raccontare. Basta spolverarle, ravvivare i colori, allenarle alla pazienza di un pubblico nuovo e di una lingua non mia.
Faremo scintille, io e loro, la baracca portatile e qualche cuscino.
Peccato non ci sia il guru con me a divider la scena. Salto in macchina e lo chiamo. Non risponde.
L’ho cercato altre volte dalla riva di questo lago per dargli notizie. È pure venuto su in trasferta e abbiamo fatto una prova nella sala qui a fianco. Era una domenica di aprile, l’anno scorso.
Lo spettacolo delle caffettiere lo abbiamo poi cacciato in valigia e non più ripreso.
Riprendo io per ora, racconto qualche mese e vediamo che succede.
Magari tra un po’ lo chiamo e.
‘Ehi, guru, sai che c’è? Forse ho trovato una scena per quel petit café


autogestione


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