XXXII. Star nei fumetti

Sono sempre stata una fan del Giappone.
Mi affascina la cultura essenziale e millenaria di questo Paese, lo zen e l’arte di fare qualsiasi cosa, dal sistemarti la moto all’ikebana. E il sushi, il kimono, i manga.
Ho letto parecchio, curiosato dipinti e opere calligrafiche e un compagno del figlio e famiglia sono una fonte diretta che amo frequentare.
Ma nonostante le informazioni acquisite mi sembra sempre un luogo lontano, irraggiungibile e mitico.
Poi metti un pomeriggio al centro adolescenti e tutto cambia.
‘Mamma, devo proprio?’
Dai, figlio, che vuoi che sia, è solo un’ora ogni tanto. Lo so che il gruppo costretto dal protocollo sanitario non è uno spasso, ma vi conoscete quasi tutti e la dame che conduce è simpatica.
Noi si aspetta fuori. No, nei locali dell’associazione seduti tranquilli non si può. Causa corona si sta in piedi per strada, neanche uno straccio di bar nei paraggi. Per fortuna non piove.
Oggi si ricomincia l’anno e ci siamo tutti. Il marito si appoggia al muro paziente. La figlia si distrae con una lepre sbucata dalle meraviglie di Alice. Io ho dimenticato di portarmi il libro di conforto. Così osservo.
Passano macchine rare, pedoni di più, i genitori in attesa chiacchierano fra loro. Resto in disparte, non ho nessuna voglia di scambi verbali senza labiale. Mi ribello alla maschera, più per simbolo che per fastidio. Mi giro e l’abbasso, vorrei buttarla, ma prendo fiato, la rimetto e torno in modalità comme il faut.
Ed è qui che lo vedo.
Il manga vivente.
Non esce dal fumetto, ma dalla porta del centro e precede i ragazzi che hanno appena finito l’incontro. Si mettono in cerchio davanti a noi. Due parole di saluto, com’è andata come va.
Non posso toglierle gli occhi di dosso, sono incantata dai colori, dalle forme, dalla catasta di dettagli che devo separare per crederci. Che siano tutti portati da una persona sola.
E non sono l’unica.
Come in preda a un’allucinazione collettiva, la maggior parte dei presenti la osserva parlare, ma non bada al contenuto.
Siamo tutti ipnotizzati dal contenitore.
Piccola piccola, magra magra, è un fuoco d’artificio giallo con occhiali allungati di strass che amplificano gli occhi già grandi. Casomai non si vedessero, c’è anche una spessa riga di eyeliner blu elettrico a sottolineare la palpebra superiore. Candy Candy avrà trent’anni. Luccica e risplende nella gonna color sole al ginocchio, cintura di pizzo in tinta, canottiera a fiori tropicali. La collana pure è un’esplosione di petali sgargianti che neanche io nel mio periodo pop. L’acconciatura si aggrappa a un mollettone a paillettes e gli orecchini sono pendenti di piume cangianti.
È un cartone animato arrampicato su un tacco dodici da supereroe. Chi lo ha disegnato, ma soprattutto chi lo sfoggia. Grandi macchie surreali si litigano l’esiguo spazio arancione e due nastri arcobaleno fissano la calzatura al piede. Nessun rischio di perdita in caso di discesa a scapicollo dallo scalone del ballo. La Cenerentola del sol levante sa il fatto suo. Zampetta leggera ignara degli sguardi che la percorrono da cima a fondo a cima a fondo a cima. Giuro che non riesco a smettere.
Hai tentato di passare inosservata indossando una mascherina neutra d’ordinanza, ma non mi freghi, bella mia.
Sei uno dei miei manga preferiti.

altro che Dorothy

Spin-off (via mail)

Ciao, Mika. Questa non te la potevo raccontare in un whatsapp, esigeva una stesura appropriata, non so se la vuoi collegare a qualche tuo capitolo o se verrà riposta sul comodino come medicamento dei giorni tristi.
Questo pomeriggio dopo una sessione intensa di riunioni con mascherina e amuchina, prima di affrontare il rientro mi concedo un caffè in una Milano post covid, ancora anestetizzata dagli strascichi della pandemia o dalle vacanze prolungate a causa dello smart working.
Entro in un locale trendyssimo, che non è solo bar, ma anche una biblioteca con soli libri di design. Non fare quella faccia è un locale trendy e fa quello che gli pare.
Ordino il mio cappuccio (senza cacao, senza zenzero, senza cannella, senza gocce di cioccolato), un cappuccio liscio, normale, anonimo, come dire.. un cappuccio. Il cameriere se ne va sconsolato con il taccuino con una sola riga, ma lo vedo non si è arreso, ha perso una battaglia, ma tornerà all’attacco con lo zucchero:  di canna o dolcificante? Bello non hai capito, di qui non passi, zucchero bianco, come dire…zucchero.
Il bar è vuoto, trendyssimamente vuoto. Sento la campanella della porta suonare e vedo che stà entrando un signore che nonostante la FFP2 riconosco e involontariamente mi crollano le spalle. Il personaggio più protetto di un chirurgo in corsia è un commercialista che ho avuto il ‘piacere’ di conoscere qualche anno fa, nominato dal tribunale come curatore per una noiosa liquidazione in cui i soci non trovavano accordo, e grazie al suo incisivo contributo dopo tre anni siamo nella medesima condizione.
Descrizione: di mezz’età, fra i 50 o i 60, forse più verso gli 80. Capelli brizzolati, con una lunghezza indefinita, troppo lunghi per essere un taglio corto e troppo corti per essere una capigliatura lunga, carnagione di un bel pallido. Un completo cangiantino fra il verde, il marrone e il beige (mi spiego?!), scarpa stringata, ma…attenzione non porta la cravatta, quindi desumo che potrebbe essere ancora  in vacanza o si è rovinata nell’ultimo tentativo di suicidio.
La maschera che porta continua a muoversi quindi intuisco che sta parlando con qualcuno, ma non ha il telefono in mano e neppure i modernissimi auricolari senza fili che da queste parti usano anche i chihuahua. Quando si scosta leggermente esplode dietro di lui un fuoco d’artificio di mille colori, una ragazzina platino che tiene al guinzaglio un enorme cane. La sua mascherina si muove  velocissima, sbatte continuamente le ciglia extra large e gesticola talmente tanto che ho paura che il cane muoia strangolato. Lui sconsolato cerca di inserirsi nel monologo. Il mio primo pensiero è: come può un essere tanto grigio aver generato quell’arcobaleno psichedelico? E la moglie? Con una figlia così dev’essere almeno una ballerina brasiliana, che gira per Milano ballando la samba. Mentre m’immagino lei che lo accoglie a casa sculettando, lui con la sua flemma si avvicina e saluta. Ci scambiamo i soliti convenevoli e Trilli ha già zompettato due o tre volte dietro la sua spalla. Capendo che ero distratta dallo svolazzare dietro di lui si scosta leggermente e dice ‘posso presentarle la mia……fidanzata? ……………………………………………………………………………………………  EH?!  ……………………………………. CHI?! ………………………………………… COSA ?!  …………COME E anche PERCHE’ ?!?!
Tento di nascondere la sorpresa e anche l’imbarazzo, no no scusa, ma l’imbarazzo non dovrebbe essere di sua competenza?
Respiro, arranco, mi riprendo. Cordialmente saluto.
Il mio piano è questo: bevo velocemente il cappuccio senza guardarli ed esco disinvolta, ok?…ok? Ho detto: ok???Niente, non c’è niente da fare, li sto già guardando, devo vedere la faccia nuda di lei, visto che è la parte con più stoffa di tutto il corpo. Sì perché Trilli ha la stessa divisa che portava nel cartone con Peter Pan, un vestitino senza maniche che copre appena l’essenziale, se non fosse per qualche pince qua e là avrei detto che era una salvietta. Ti ho già detto che il vestitino era di spugna? Qualcosa tipo un copricostume, che al Forte sarebbe stato indicato, ma in centro Milano…non so…Forse era in piscina su qualche attico qui intorno, ma il giro di perle più lungo del vestito e le scarpe tacco 12 con le borchie mi fanno dubitare.
Eccola, ha tolto la mascherina!!! AHHHH ecco, lo dicevo io! Mentre il corpo è inappuntabile, sodo, abbronzato, muscoloso al punto giusto e nei posti giusti, il viso ha subito qualche tagliando. Troppe labbra, troppi zigomi e troppe ciglia. Forse c’era una svendita di chirurgia estetica e non ha saputo resistere. Nonostante questo temo di non poterle dare più di 35 anni.
I proverbi han sempre ragione: gatto vecchio vuol sorcio tenerello!!

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