XLVIII. La bouffe

La strada scivola sotto le ruote.
Torno verso casa dopo aver raccontato storie. A una manciata di bambini ai margini del teatro. Seduti per terra in una stanza grande come un francobollo. La destinazione via da qui dovrebbe essere scritta sulle finestre in pennarello rosso.
Il mio lupo è feroce, ma mai come la vita da queste parti. A un’ora dalla grande città c’è la zona del bassin minier. Campi e mucche fingono una ruralità bucolica, dietro ci sono rassegnazione e ruggine. Hanno chiuso le miniere, che erano tutto. Ora ci sono sovvenzioni e ore cattive, giornate strascicate di niente.
Arrivo al Centro passando per un viale di case tutte uguali, da lontano sembrano dipinte. Fornite dalle aziende di estrazione, ai tempi erano il fiore all’occhiello dei servizi garantiti a chi si seppelliva sotto terra per uno stipendio. Ad alto tasso di mortalità, ma dignitoso e pieno di benefit per la famiglia. Te ne andavi presto ai piani alti, ma nel frattempo potevi godere di vacanze annuali e del circolo ricreativo tutte le sere per brindare alla salute. Oggi sono rimasti l’alcol e la gente seduta fuori casa ad aspettare. Due donne fumano al sole. Sembrano uscite da un film anni cinquanta, ma non di quelli del boom in vespa e foulard a mangiarti la vita. Qui in prima visione ci sono i loro corpi esplosi a furia di abbuffate al due archi dorati.
Niente cibo bio a chilometro zero di un dna che può scegliere, le borse della spesa ecosostenibili in yuta riciclabile.
È il trionfo dei sacchetti di plastica che sono pure perfetti per tappare una finestra senza vetri. Un vaso di fiori in tinta resiste sul davanzale. La porta di fianco è rinforzata con la rete che mia nonna usava in pollaio.
Il lupo di Cappuccetto Rosso è un dilettante. La paura non ha spazio in un mondo così.
Eppure gli occhi dei bambini sono ancora vicini alla meraviglia. Siamo quasi amici, posso togliere la mascherina se sto loro distante. Mi incollo alla mia quinta nera e tengo i due metri. Meglio così che dover raccontare a muso coperto. Non sarebbe credibile divorare nonna e nipote a fauci sbarrate. Così funziona. La belva muore e il cacciatore le salva. È una storia bella da ripetere, questa.
Ci vediamo la prossima volta, saluto e raggiungo il mio capo che si è perso nei corridoi e tutto l’incontro. Tornerà un’altra volta, ora andiamo a pranzo.
In pieno centro al centro del nulla. La gente è cordiale, il cibo locale. Buono. Non mi capita mai un pranzo di lavoro. Sto bene.
L’adrenalina del dopo spettacolo è un doping naturale carico di endorfine. Le bollicine della Perrier mi fanno il solletico. Leggere.
Mangio, chiacchiero e dimentico. Mi rimetto sulla strada.
So i figli al sicuro e viziati con manicaretti italiani in una casa amica: la nostra famiglia allargata ha un sapore delizioso.
La cura da noi passa e si ferma a tavola. Il cibo guarisce o ammala.
Basta scegliere.
O almeno poterlo fare.

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