LXVIII. Pane, amore e pandemia

Siamo dentro a un film.
Sicuro.
Di quelli alla Iñárritu, alla Ken Loach, camera a spalla, presa diretta, cose così.
È un po’ ormai che è iniziato, solo che non ho ancora capito dove voglia andare a parare il regista.
Il taglio è evidente. Descrive la vita quotidiana di una tranquilla cittadina di provincia mettendo in evidenza gli sforzi di restare normali nonostante una serie infinita di spighe. Un campo pieno direi.
E non c’è pausa, neanche per pranzo.
Ogni giorno si riprende.
Anche oggi.
Recupero la figlia a mezzogiorno, al semaforo vedo un parcheggio libero di fianco alla panetteria. Mi fermo. Ma non scendo. Rifletto.
Sono in giro con La Scolastica che non mi autorizza a fare acquisti. Dovrei avere anche La Vecchia debitamente compilata. Ma non mi sono ancora attrezzata con fotocopie di autocertificazioni vergini nel cruscotto. Di quelle sul telefono non mi fido.
Me lo segno come priorità del pomeriggio. Di far fotocopie.
Ma intanto che faccio? Scendo? Non scendo?
La camera indugia sulla ruga in mezzo alla fronte. Sempre più corrucciata. Poi mi inquadra in fila davanti all’ingresso. Aspetto fuori il mio turno per una baguette. Fuori legge.
Intanto la scena si apre sulla piazza. C’è un vento leggero che solletica le foglie sul marciapiede. Il caffè centrale è deserto, le sedie ribaltate sui tavolini, le saracinesche abbassate. La porta della chiesa è spalancata, stranissimo a quest’ora. La piccola libreria ha i battenti rossi tutti tappezzati di avvisi, orari, citazioni, appuntamenti. Riescono a garantire un click and collect due giorni la settimana. Speriamo basti per sopravvivere.
La musica! Ho dimenticato di parlare della musica nel film.
La colonna sonora è ampia, alla Silvestri, un tappeto di note che sostengono le scene in esterno e poi paf! Silenzio o stacco con caduta in picchiata.
Qui ci vorrebbe. Il cambio. Ma non sono musicista, avrei bisogno di una mano.
Perché la camera si ferma e inquadra una tenda bianca che prima non c’era. Prima di stamattina.
È un gazebo da mercatino di Natale, piccolo, innocuo. Lo vedo di lato. Sta fuori dalla farmacia, la croce verde che gli lampeggia sopra.
Una valigia di plastica rossa e gialla appoggia per terra, ma nessuno di questi colori attira l’attenzione. Perché bianco su bianco si staglia e si muove un tizio in tuta da astronauta. Sembra la scena di E.T. quando gli scienziati arrivano a casa e li mettono tutti e due sotto osservazione. Che sembrano entrambi in punto di morte. E tutte ‘ste tute bianche studiano il caso.
Ecco, qui ce n’è solo una di tuta, con un lungo cotton fioc in mano. Lo sta passando nel naso di una signora seduta su una sedia di plastica.
È a questo punto che noto altre tre persone che aspettano pazienti di fare il test del corona.
È il mio turno. Tocca a me.

Nei titoli di coda ringrazio il regista che per oggi mi ha messo ancora nella fila per il pane.

esterno giorno


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