CXXXVI. Quel che resta

Hai cambiato voce, figlio.
I tuoi piedi saltano i numeri senza avvisare, solo le scarpe subito strette li hanno smascherati. L’appetito perenne, la voracità di finire per non perdere neanche una briciola: hai sempre avuto fame. Di capire, di sapere, di riuscire. Mi sono messa una tua felpa stamattina, perché è blu, perché è tua. Gli abbracci si fanno rari, ti chiedo il permesso per il bacio del buongiorno. Quello della sera scappa via nella penombra, arriva a metter pace dopo un giorno di schermaglie.
Una settimana di vacanza e già non ci sopportiamo più. Ne resta una e poi l’école à la maison altri sette giorni se il piano virale sarà rispettato. Altrimenti.
Per fortuna ci sono i nonni a stemperare le matite appuntite che siamo.
Per fortuna c’è il giardino per uscire a respirare. Perché dalla porta di casa non esci quasi mai.
E dove vai? che siamo ancora in questo limbo confinato. E dove vai? che di amici non ce ne sono. E dove vai? che la strada a memoria la sai solo per il collège. Da tanto si vive in questi quattro passi e due tirate di guinzaglio.
A me non importa. Ho un giorno la settimana al teatro del lago e la spesa da fare. Tua sorella ha iniziato a venire con me, mi accompagna a scegliere insalata e biscotti, giusto per salire in macchina cinque minuti e uscire dal cerchio.
Ma tu. Ti alzi e chiacchieri con Bracciodiferro caricando il vocione di prima mattina per svegliare ‘sta banda di dormiglioni. Sono le otto, fuori tutti dal letto. Lo facevi anche da piccolo ed erano le sei. Qualcosa in fondo è cambiato. Giochi a carte con Olivia Oil e ne assorbi la calma. Si potesse imbottigliarla, la conserverei in quelle cantine a temperatura controllata, per averne da sorseggiare come un elisir nei momenti necessari. Ma lo zen e l’arte della nonna sono a stampo unico, spero solo che lo stare con lei ti contagi. Ad aeternum.
Stai diventando un professionista del calcetto. Dribbli, scarti, passi, tiri in porta con quegli ometti brutti di plastica, spesso da solo giocando nei due campi. Che è un buon modo per vincere sempre.
Ti vedo in cima allo scivolo alto nel parco dietro casa. Hai tre anni e assomigli a una lattina di Cocacola con quel giubbetto rosso e le gambette corte. Altri bambini salgono rumorosi, spingono per passare, per scendere svelti, veloci, primi. Tu sei lì sulla piattaforma e li fai passare. Tutti. E quando sei rimasto da solo, quando è il momento, ti siedi, ti dai una spinta e parti.
Quel che resta è tutta discesa.

piani di fuga





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