Be. Se non è zuppa

Mon frère parte quasi subito.
Lo accompagniamo nel tardo pomeriggio alla stazione io e la figlia. Restiamo a fissare il cappuccio della sua felpa gialla finché non viene inghiottito dalla scala mobile che scende ai binari del tgv.
Torna a Casa a finire di spegnere frigoriferi e sistemare oggetti che rimarranno soli non si sa per quanto. Che tra tutti, stiamo facendo un ottimo lavoro di squadra. Giochiamo in ruoli diversi, ognuno con talenti e punti deboli, ma la partita è in corso e la voglia di vincere tanta.
Prima di salutarci però passiamo il sabato tutti insieme. Il sole ci accompagna per una passeggiata nei dintorni a mostrargli il quartiere e i nuovi riferimenti che nos parents avranno d’ora in poi. Sembriamo una comitiva di turisti appena atterrati in terra straniera e in effetti lo sguardo spalancato della Fata Smemorina è ben intonato all’idea.
Il canale ha un aspetto finalmente estivo, i tizi del Comune hanno messo in acqua i pedalò e le barche a noleggio, magari riusciamo pure a farci un giro uno di questi giorni.
Il parco è deserto. Le assenze d’agosto si notano nelle due panetterie del centro. Chiuse. Anche la libraia è in vacanza. Si passeggia come dopo un’evacuazione. Ma la tranquillità e il silenzio fanno bene.
Dopo pranzo il marito si occupa della logistica e con la consulenza tecnica di Ufficiale e gentiluomo costruisce un tavolino su misura per la stanza: ora le due panche poltrone si possono incastrare sotto senza spreco di centimetri quadrati.
Io recupero in giro per gli armadi perline, album da colorare, giochi di società. Nei prossimi giorni organizzeremo uno spazio atto a riempire il tempo. Sarà utile.
A cena metto un coperto in meno e la casa sembra vuota. Decidiamo per una zuppa veloce, siamo tutti stanchi.
Il figlio accende la tv per seguire la sua trasmissione preferita dell’estate. I nonni si accomodano vicini aspettando la chiamata per il rancio.
Ed è un attimo. Sollevo la pentola per spostarla e iniziare a riempire i piatti, ma il suo peso è inaspettato. Il marito su mia indicazione ha aggiunto acqua, ma io me ne dimentico. Così come quando non ti aspetti un gradino che c’è e inciampi, i miei neuroni ricevono un messaggio storto e le mani lasciano la presa.
L’arancione mi innaffia (è una zuppa di pomodoro e lenticchie rosse) ed è come lava. D’istinto mi sfilo i pantaloni che per fortuna sono di cotone e corro nel bagno di sopra.
Non muovetevi! grido mentre brucio.
Mi lavo, mi cambio, scendo a prendere il ghiaccio da mettere sulla coscia lessata e osservo il disastro. La cucina è tutta un tramonto. C’è un’enorme pozzanghera sul pavimento e schizzi arrivati ovunque. Il marito sa. Ha ribadito alle truppe di restare sul divano, preso e messo in sicurezza la danzatrice scalza e il minicane goloso e aspetta sulla soglia del disastro.
Io sento salire il bruciore della gamba e scendere la pace dell’emergenza. Mi succede così. Tanto sono agitata e nevrotica quando voglio sistemare tutto presto e bene, tanto quando ho un macello da digerire e dirigere divento uno yogi, senz’acca e tanta flemma. Chiedo secchio e straccio e una pomata antivesciche. Intanto prendo dal cassetto degli strofinacci tutta la stoffa che posso e le faccio assorbire il liquido per terra. Piano piano a colpi di spugna l’arancio lascia il posto ai colori originari di pensili e ripiani. La famiglia segue dal soggiorno, la trasmissione è arrivata al suo culmine, la catena di parole è difficile, stimolante.
Metto nei piatti la zuppa rimasta. Poca, ma basta.
Io per stasera passo.

va tutto bene



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