Zero. Attraverso lo specchio

Sono quasi arrivata. Puntuale. Come mi succede ogni volta che prendo la strada per arrivare qui. Nonostante sia l’ora dei letti ormai vuoti, delle scuole assonnate e degli uffici da riempire, ho via libera. Spazio. La Quboblu è il mio vettore un po’ ammaccato e lanciato avanti tutta. Sono al telefono, parlo di lavoro e passioni, ma amico mio scusa, aspetta un attimo. La luce sale dai campi spogli e brinati. Gli alberi in fondo sono sentinelle scure nel mattino appena sveglio. Le nuvole proteggono un chiarore che promette bene. Rallento. Accosto e scatto.

Ecco. Dov’ero.
Esattamente qui, in queste curve di campagna e nel paesaggio che aspetta in silenzio. Anche il lago lo sa e si increspa appena, in un inchino malizioso che lo sapevo che tornavi. Au boulot. Curioso: in francese il lavoro ha lo stesso suono di un albero. Di un tronco in bianco e nero da cui partono rami intrecciati a foglie ballerine. Saluto i cigni e il poeta e raggiungo la saracinesca storta. I colleghi sono già dentro. Profuma di pulito il teatro. Anche un po’ di freddo, perché il riscaldamento singhiozza e ogni tanto bisogna risollevargli l’interruttore. Ma ci muoviamo subito e il corpo prende calore. Ho tutti e cinque gli attori oggi e sono un gruppo di gente bella che gioca e si diverte. Rido, ballo, parlo, ascolto, penso e rido ancora. La prima dello spettacolo è rimandata all’inizio di febbraio. Non per colpa del corona, stavolta, ma perché stavolta non c’è fretta. C’è voglia di fare e di stare bene.
Ecco. Dov’ero.

Tu veux voir le théâtre?’ dico tutta fiera al poeta che mi ha richiamata in una pausa – dimentica sempre di finire le frasi e tocca poi sentirsi di nuovo. Capita a volte, con i poeti – ‘Oui’.
Con l’orgoglio della padrona di casa, accendo la camera ma resto senza parole. Perché non me l’aspettavo. Che anche lui fosse al lavoro, dentro intendo. Magia della tecnologia. Mentre inquadro l’Hangar nero e sobrio di poltrone di plastica grigia, rivedo il teatro dove sono stata un paio di mesi fa, la regia con i poster dei fumetti, il rosso del velluto in sala e il palco enorme appena dipinto. Sono in una realtà aumentata, virtualmente amplificata. Sono Alice davanti al Bianconiglio. Adesso attraverso lo schermo e mi metto a correre dalla platea alla regia. Il poeta ha capito la mia nostalgia e mi porta dove non sono stata. Esce, sale ripide scale in ferro, apre una porta bianca ed entro nel suo regno. La passerella sovrasta il pubblico e si beffa dell’ego degli artisti. Da qui i fari sono pronti ad ammorbidire gli spigoli, contrastare le ombre e illuminare quel che serve. Da qui sembra tutto possibile. Avere un poeta delle luci per amico è un gran vantaggio. Per ringraziarlo apro la porta dell’Hangar e lo porto al lago.
Ecco. Dove sono.

lumières

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